Il saggio sulla svolta pratica della filosofia

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Il saggio sulla svolta pratica della filosofia
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Rubrica di critica recensioni anticipazioniMatteo Collura e i baci d’amore e di denuncia alla Sicilia

by Augusto Cavadi

Segnalare il nuovo saggio filosofico di un amico è impresa non facile. Già il genere letterario  ‘ recensione’ è sospetto: come in una interminabile partita di giro, il soggetto A recensisce il libro di un amico di B che recensisce il libro di un amico di A che recensisce il libro di B.

Per chiudere provvisoriamente il cerchio, B recensisce poi il libro che intanto ha pubblicato A (il protagonista iniziale della girandola).

Ma anche in assenza di questa danza circolare, come non squalificare a priori le righe dedicate al volume di una persona a cui notoriamente si vuole molto bene e compromettere la propria (sia pur minima) credibilità professionale?Il saggio sulla svolta pratica della filosofia

Forse esiste una sola misura preventiva: cercare di essere particolarmente rigorosi. Eppure, con tutta la severità possibile, non riesco a omettere che La svolta pratica. Presupposti, classificazioni e conseguenze (Algra, Viagrande 2020, pp. 108, euro 10,00), a firma di Davide Miccione, è un libretto prezioso, tra i più intelligenti (e a tratti divertente) fra quanti me ne sono capitati sott’occhio negli ultimi anni.

Innanzitutto: “la svolta pratica” di chi o di che ? Della più teorica, e meno pratica, di tutte le discipline: la filosofia (già definita da Aristotele “la più inutile di tutte le scienze”).

A giudizio dell’autore stiamo assistendo, da circa mezzo secolo, a una metamorfosi del pensare filosofico che – afflitto da claustrofobia – vuole uscire dal chiuso delle aule scolastiche e universitarie per respirare nei luoghi della sua origine (frequentati ad esempio da Socrate o da Diogene il Cinico): le piazze, le strade, i mercati.

Il saggio sulla svolta pratica della filosofia
Davide Miccione

Di questa trasformazione (già analizzata dall’autore in Ascetica da tavolo. La svolta pratica della filosofia e il bene comune, edito nel 2012 e riedito nel 2019) si registrano almeno due versioni principali.

La prima, più apparente e più rischiosa, è che la filosofia si banalizzi a chiacchiera da talk show: si riduca a merce insolita per l’industria dello spettacolo (sia in presenza che a distanza telematica). Come si esprime Miccione a proposito di un altro tema, questo genere di divulgazione sta alla filosofia “come la pornografia sta al reale rapporto sessuale” (p. 82). A ben pensarci, un fenomeno non proprio modernissimo: prima il filosofo prostituiva le sue “competenze” a favore dell’imperatore o della gerarchia ecclesiastica o del partito politico più vicino ideologicamente, adesso predilige il mecenate più danaroso (soprattutto se tele-fornito).

In una seconda versione la filosofia perde il pelo dell’aristocraticismo ma non il vizio del rigore logico con cui  prova a scovare i presupposti delle convinzioni abituali, osservare le deduzioni più o meno implicite che si traggono da quei presupposti, valutarne gli effetti comportamentali nella sfera privata e pubblica: allo scopo, se necessario, di rivedere criticamente tutto il percorso mentale dai presupposti ai comportamenti passando per il ponte di collegamento delle deduzioni.Il saggio sulla svolta pratica della filosofia

Esiste una pratica professionale che consiste nell’esercitare – nel tentare di esercitare – questa valenza ‘pratica’ del filosofare? Sulla carta, sì: si chiamerebbe “Pratica filosofica” o “consulenza filosofica” (traduzione convenzionale della formula tedesca Philosophiche Praxis coniata da Gerd Achenbach).

Ma è una pratica che stenta a decollare, nel mondo, perché pensare, demistificare gli idoli dominanti, mettere seriamente in discussione ciò che ci è stato tramandato come ovvio…sono operazioni intellettuali che comportano fatica, soprattutto se non si accetta la separazione sistematica fra il piano delle idee e il piano dei sentimenti e delle azioni.

Da qui la predilezione (da parte della società ma anche dei laureati in filosofia) verso altre professioni – la sterminata foresta di counseling aggettivati: psicologico, pedagogico, religioso… – dove tu paghi e ricevi, prêt-à-porter,  il consiglio ‘giusto’, la ricetta ‘vincente’.

Esiste anche il counseling filosofico, parente povero o controfigura della “consulenza filosofica”, nel quale non è in gioco il “filosofare” (come “processo” che coinvolge consultante e consulente in un dialogo senza paletti pregiudiziali di nessun genere), ma il “filosofato” (il “prodotto” del filosofare di Platone o di Marx, magari ridotto in “pillole” da prescrivere al posto del Prozac).Il saggio sulla svolta pratica della filosofia

Evidenziare alcuni fra i mille aspetti in cui counseling filosofico (come relazione di “aiuto”) e consulenza filosofica (come “relazione intersoggettiva” fra pensanti con lo scopo di chiarire una questione ‘obiettiva’ che il consultante avverte come tremendamente ‘soggettiva’) differiscono fra loro può considerarsi, a mio avviso, una chiave di lettura di questo intero volume. A profitto non solo di chi è, o vuol diventare, un consulente filosofico ma anche di chi – occupandosi d’altro nella vita quotidiana – è, o vuole diventare, un consultante filosofico (dunque un ‘ospite’ o ‘interlocutore’, non certo ‘cliente’ né tanto meno ‘paziente’ di un consulente).

Ma con un’avvertenza: questo testo non è tra quei pochi di avviamento al mondo delle pratiche filosofiche che possono andar bene anche a chi è del tutto ignaro della tematica (come, ad esempio, il Consulente filosofico cercasi di Neri Pollastri, edito nel 2007 e riedito nel 2020). E’ piuttosto un testo di secondo grado che presuppone un’informazione – almeno basica – di ciò che si è detto e si è scritto sulla consulenza filosofica e dintorni. Chi possiede questa alfabetizzazione elementare, però, vedrà acuirsi la propria capacità di critica e di auto-critica: come in una sorta di consulenza intorno al tema della…consulenza.Il saggio sulla svolta pratica della filosofia

 

 

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