Invecchiamento precoce e altri danni del coronavirus

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Invecchiamento precoce e altri danni del coronavirus
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by Maggie S. Lorelli

Pandemia, malattia o shock neurologico totale? Per indagare sull’invecchiamento precoce e gli enormi danni del coronavirus sulla salute, partiamo da una definizione attuale di questo concetto.Invecchiamento precoce e altri danni del coronavirus

La salute non è più semplicemente intesa come malattia e pratica medica in termini di “restitutio ad integrum”.

E’ opportuno abbracciare un modello bio-psico-sociale della salute come “stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale”. Per questo neuroscienziati e neuropsicologici sono sempre più coinvolti in ogni fase della prevenzione.

“E’ una possibilità considerata sempre più concreta dalla comunità scientifica“  spiega  Sara Palermo, ricercatrice in neuroscienze sperimentali, esperto di neuropsicologia, psicologia biologica e psicofisiologia dell’Università degli Studi di Torino e vicedirettore della rivista scientifica internazionale “Frontiers in Psychology – Neuropsychology”.

Invecchiamento precoce e altri danni del coronavirus
Sara Palermo

Il Covid 19, oltre a colpire l’apparato respiratorio, provoca danni anche a livello neurologico?

L’osservazione clinica di questi giorni ha riportato casi di pazienti che al posto dei tipici segni dell’infezione, presentavano sintomi neurologici legati ad alterazioni del sistema nervoso periferico e centrale come anosmia (perdita della capacità di percepire gli odori), ageusia (perdita del senso del gusto), capogiri, mal di testa, stati confusionali, alterazione dello stato di coscienza di vario grado, disturbi dell’equilibrio, miastenia, polinevriti, fino ad arrivare a segni più severi di encefalopatie o crisi epilettiche. Non esistono ad oggi evidenze dirette circa il fatto che il virus possa infiltrarsi nel cervello ed essere causa diretta di tali condizioni, tuttavia potrebbe trattarsi di effetti secondari alla risposta immunitaria incontrollata, e di conseguenza all’infiammazione, che il nostro organismo scatena per combattere il virus.

Il virus può provocare invecchiamento precoce?

L’esperienza suggerisce che possano comparire decadimento cognitivo globale con insorgenza di delirium, deficit di memoria e attenzione, che sono fattori predisponenti il disturbo neurocognitivo. Sappiamo inoltre che le malattie vascolari possono favorire la comparsa di neurodegenerazioni quali la malattia di Alzheimer. Covid-19 si associa anche a patologia cerebrovascolare acuta, condizione che pregiudica il corretto afflusso di sangue al cervello. Il rapido deterioramento clinico di alcuni pazienti Covid-19 potrebbe essere associato a un evento neurologico come l’ictus, che contribuirebbe all’alto tasso di mortalità attuale della patologia.

Lesioni cerebrali e invecchiamento da coronavirusQual è il rapporto fra solitudine e invecchiamento cerebrale?

L’azione della solitudine si sviluppa sul confine delicato tra le percezioni somatiche indotte dall’essere soli e gli effetti che queste hanno sul cervello che, a loro volta, portano a reazioni che si riflettono a livello somatico. Non si tratta solo di disfunzione anatomo-strutturale, perdita di plasticità cerebrale e crescente atrofia. Se pensiamo agli anziani, il processo si accompagna nel tempo a una riduzione della qualità della vita e dell’autonomia personale, fino alla comparsa di depressione e gravi malattie. Solitudine, isolamento sociale e il vivere da soli inducono un aumento della mortalità rispettivamente del 29%, 26% e 32%. La solitudine aumenta inoltre drasticamente il rischio di ideazioni di suicidio- morte.

Al di là delle strategie d’urgenza per il contenimento del contagio, è possibile suggerire efficaci strategie psicologiche post-lockdown?

Dobbiamo iniziare a riflettere subito sul post-lockdown e dobbiamo farlo tenendo conto anche degli aspetti neuropsicologici e neuropsichiatrici associati alla pandemia. Occorrerà ripensare inoltre ai modelli sociali e ai processi organizzativi. Nulla sarà come prima. Ansia da contatto, germofobia, ipocondria, agorafobia, paura del contagio, diffidenza verso il possible “untore” e paura dello stigma da “covid-positivo” sono possibilità di cui dovremo tener conto se vogliamo pianificare al meglio il rientro delle persone in società. Occorrerà cercare di controbilanciare la situazione promuovendo circoli virtuosi basati su solidarietà, coraggio e resilienza, favorendo i processi cognitivi e un approccio proattivo mirato alla salute fisica e psichica delle persone.Lesioni cerebrali e invecchiamento da coronavirus

Altri danni neurologici collaterali?

In passato sono state riscontrate altre condizioni neurologiche concomitanti all’infezione da Sars-CoV-2 che potrebbero presentarsi anche nel caso del Covid-19: dalla sindrome di Guillain Barrè alla nevralgia del trigemino, fino all’encefalopatia emorragica necrotizzante. Resta poi il problema dei danni da ipossia cerebrale cui vanno incontro i casi più gravi.

In che modo la perdita di gusto e di olfatto possono essere considerati dei sintomi di risposta dell’organismo all’infezione?

Questi sintomi possono essere spiegati con la capacità del virus di infettare il sistema nervoso centrale dei malati. Del resto sono stati osservati in un alto numero di soggetti positivi al tampone in assenza di altri sintomi di malattia. Potrebbero pertanto rivelarsi segni subdoli e precoci di infezione in corso. In secondo luogo perchè sappiamo che herpes virus 1 e 6, virus della rabbia, Sars-CoV-1 o il Mers-CoV possono penetrare nel cervello, probabilmente attraverso i nervi olfattivi, e propagarsi rapidamente al talamo e alla corteccia cerebrale.

Invecchiamento precoce e altri danni del coronavirus
Prima mappa completa del cervello. Si chiama sinaptoma e evidenzia l’organizzazione di oltre un miliardo di connessioni tra neuroni

Il distanziamento sociale, condizione necessaria per cercare di contenere il virus, può avere anch’esso delle conseguenze a livello neurologico?

Purtroppo sì. Il Covid-19 ha conseguenze a livello neurologico, neuropsichiatrico e neuropsicologico non solo in funzione della malattia ma anche in funzione delle politiche di contenimento. Ciò che bisogna gestire non sono le emozioni in sé, ma la disregolazione emotiva, ossia la perdita di controllo, l’interruzione della “stabilità interna” e la capacità di contemperare la reazione automatica addomesticandola con la mente. Cosa non sempre facile in caso di quarantena. L’isolamento prolungato può produrre inoltre depressione, problemi nell’elaborazione delle informazioni, difficoltà di presa delle decisioni, deficit attentivi e di memoria. Nei casi più gravi, può condurre a un’alterazione tale della percezione della realtà da provocare allucinazioni, proiezione nel mondo esterno di sentimenti e pensieri, paranoia. Il rischio maggiore è quello di sperimentare paura incontrollata, stress e ansia aumentati e proporzionali ai sintomi di malattia esperiti e agli effetti collaterali di alcuni farmaci, come l’insonnia, e all’eccesso di informazione incontrollata proveniente dai social media.Lesioni cerebrali e invecchiamento da coronavirus

La lontananza dai propri cari può causare deficit neuronali?

Direi di sì. Le persone in quarantena sperimentano spesso intensi sensi di colpa e di impotenza legati all’impossibilità di stare vicino ai propri cari a causa dell’isolamento. L’approccio psico-neuro-endocrino-immunologico ha dato evidenza di come distress, ansia e depressione legati a queste cause siano in grado di portare ad infiammazione organica e disregolazione omeostatica dell’organismo, indebolendo il sistema immunitario e favorendo l’insorgere di patologie.

Quali sono le più comuni conseguenze di questo tipo di stress?

Una delle conseguenze più tipiche è l’alterazione del ciclo circadiano con conseguenti dissonie e una percezione soggettiva di non trarre sufficiente ristoro dal sonno per quantità o qualità. Tra le conseguenze tipiche dell’insonnia si annoverano stanchezza, sonnolenza diurnal, tensione, irritabilità, cefalea, nausea, dolori muscolari, difficoltà di concentrazione, disturbi della memoria e riduzione dell’efficienza lavorativa. Come tutto ciò accuisca il malessere psicofisico e la tenuta psicologica dell’individuo è facilmente comprensibile.

La situazione attuale è paragonata a un trauma con la “T” maiuscola, tipico di eventi come le grandi catastrofi, i conflitti armati o gli attacchi terroristici. Quali conseguenze a breve, medio e lungo termine si possono prevedere?

Sulla base di studi su precedenti catastrofi circa il 10 per cento delle persone colpite da eventi traumatici sviluppa disturbi post-traumatici da stress, depressione e altri disturbi psichiatrici. Tali risultati suggeriscono che il 10 per cento delle persone affette da Coronavirus – ma probabilmente di più – svilupperà disturbi psicologici durante o dopo questa pandemia. Secondo uno studio condotto su 7000 soggetti canadesi e americani, il 75% degli intervistati sembra aver risposto bene alla pandemia, mentre il 25% ha sviluppato una sindrome che gli studiosi definiscono “stress da Covid-19”: hanno paura di essere infettati, si preoccupano delle conseguenze economiche della pandemia, non di rado fanno incubi che riguardano la malattia e in molti casi diventano xenofobi.Lesioni cerebrali e invecchiamento da coronavirus

Nell’attacco virale, può suggerire qualche strategia di difesa?

Bisogna promuovere la resilienza individuale. In psicologia, la resilienza è la capacità degli individui di affrontare gli eventi stressanti o traumatici riorganizzando in maniera positiva la propria vita. Si tratta della capacità individuale di adattarsi alle avversità, che consente un miglior controllo dei propri impulsi, la regolazione delle emozioni e una migliore flessibilità cognitiva in relazione alla domanda contestuale.

Quali sono le sostanze e le aree del cervello maggiormente coinvolte nella resilienza?

I circuiti neurali della ricompensa (via mesolimbica della dopamina) e della paura (via talamo-amigdala-corteccia associativa) ricoprono un ruolo critico nell’attuazione di atteggiamenti resilienti e di risposte sociali adattive allo stress. Studi di neuroimaging funzionale hanno inoltre identificato interazioni tra più regioni cerebrali, tra cui la corteccia prefrontale, l’amigdala, il nucleo accumbens, coinvolte nella regolazione delle risposte psicobiologiche adattive allo stress e alle avversità.

Dal punto di vista psicologico, quali sono invece i principali fattori che contribuiscono alla resilienza?

Consapevolezza di sé, autostima e fiducia in sé stessi; ottimismo realistico; capacità di regolazione delle emozioni e di (ri)valutazione cognitiva; capacità di coping attivo; elevato funzionamento intellettivo; motivazione, capacità di pianificazione e di assunzione del rischio; fiducia nel prossimo e attaccamento sicuro; elevate competenze sociali ed estesa rete affettivo- relazionale; altruismo e generosità; credo religioso in grado di dare significato alla vita; senso della morale; senso dell’ironia e pensiero positivo.Lesioni cerebrali e invecchiamento da coronavirus

Le interazioni sociali, sia pur mediate dalla tecnologia, possono contribuire al benessere psicofisico?

Sicuramente. Le interazioni sociali influenzano il benessere e la resilienza conseguentemente all’elaborazione emotiva degli stimoli sociali da parte dell’individuo. Il cervello umano è infatti «cablato» per l’empatia e la socialità. Siamo nati per essere animali sociali. Questo si riverbera profondamento sull’efficienza anatomo-funzionale cerebrale. Il cervello tende a mantenersi più efficiente in virtù della capacità dei rapporti umani (specie quelli di amicizia e familiari) di stimolare la plasticità delle sinapsi e la neurogenesi, ossia la produzione di nuove cellule nervose in alcuni distretti del cervello.

Dunque anche le emozioni possono essere virali?

Certamente: le emozioni possono contagiare in negativo ed in positivo. Comunicare alle persone che le cose possono andare meglio, che si sta raggiungendo l’obiettivo comune, che c’è speranza, dà senso e significato ai sacrifici che stanno facendo e le motiva ad andare avanti. Dovremo intervenire anche sul versante di una riscoperta della generosità, nel senso del donare se stessi rinunciando ad atteggiamenti individualistici e praticando la gentilezza. La ricerca di una vita aperta agli altri senza chiudersi in se stessi ci rende più sani.Lesioni cerebrali e invecchiamento da coronavirus

 

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