L’angoscia della morte e l’illusione dell’Io

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L’angoscia della morte e l’illusione dell’Io
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

La vita e la morte e la coincidenza col bene e col male. Fatti i debiti scongiuri, quando capita – perché capita – di interrogarsi su cosa possa avvenire dopo il nostro decesso, immaginiamo di entrare in una nuova dimensione o di perdere l’illusione di essere individui?L’angoscia della morte e l’illusione dell’Io

Non c’è bisogno di essere dei filosofi per interrogarsi sull’enigma del male, del dolore, della sofferenza: l’unica differenza è che il filosofo di professione si interroga spesso, le altre persone raramente. Ma ciò non garantisce che i filosofi vedano più a fondo.

Una domanda preliminare è se il male sia un dato oggettivo o se si tratti di  un falso problema.  Da almeno due secoli in Occidente – come da millenni in Oriente – si tende a negare il confine tra il bene e il male.

Nel Tutto ogni evento ha un senso, una ragion d’essere, una funzione: dunque può considerarsi, nella peggiore delle ipotesi, un male relativo (relativo a qualcuno), non certo un male in sé (in assoluto).L’angoscia della morte e l’illusione dell’Io

Il terremoto è un male per le poche o molte sfortunate persone che restano sepolte sotto le macerie, ma in sé è un benefico (o per lo meno inevitabile) assetto geologico. Senza le malformazioni genetiche di tanti neonati non sarebbe stata possibile, e non sarebbe possibile nel presente, l’evoluzione della nostra specie. Senza la morte di tutte le generazioni precedenti, la nostra non avrebbe avuto spazio per nascere e vivere. E così via.

Devo confessare che queste prospettive – per quanto logiche – non mi convincono. Sono lieto  se  – per il Tutto, per l’equilibrio geologico, per l’evoluzione biologica… – il male non costituisca problema. Ma si dà il caso che io non sia il Tutto. Il male relativo, irreale per il Tutto, è realissimo per me che sono solo una parte.

Avverto una sofferenza insopprimibile se so di persone sepolte sotto le macerie di un terremoto; se mi nasce un figlio down; se penso di dover prima o poi morire.

E’ nota la terapia per questo genere di sofferenze (rese tanto più dolorose dalla incapacità di decifrarne un qualsiasi senso): tu ritieni di essere una parte in qualche modo distinguibile dal Tutto, ma è solo un tuo errore.

Liberati dall’illusione di essere qualcosa – o addirittura qualcuno – e sradicherai (almeno intellettualmente) ogni fondamento alla domanda sul male.

Francamente, però, questa terapia non mi riesce convincente. Che io sia imparentato, in quanto essente, con ogni altro essente all’interno di un Intero che ci precede, di abbraccia e ci trascende è verissimo: ma questa parentela è identità assoluta o anche differenza?

La seconda via d'uscita (per quanti escludono che la Sostanza universale possegga, come ipotizzava Spinoza, infiniti attributi oltre la res cogitans e la res extensa ) potrebbe consistere nel ritenere l'autocoscienza della propri
La scena della partita a scacchi con la morte del film “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman

Personalmente propenderei per dare credito all’autocoscienza che implica la certezza, o almeno il presentimento, di essere qualcosa di altro rispetto allo sconfinato mare degli essenti: qualcosa di unico, di originale. Di essere un ‘io’ marcato dalla differenza rispetto al non-io. In questa ipotesi  ho diritto di considerare un male (sia pur relativo, sia pur minimale, sia pur limitatissimo) l’esser destinato a perdere questa individualità inconfondibile.

Ma anche se mi sbagliassi – anche se l’autocoscienza fosse fallace perché non esiste alcuna soggettività individuale (personale) – sarei per questo esente dal male?

Ritengo di no: il male di cui sarei  affetto sarebbe proprio l’illusione di essere un “io”.

Insomma, la Natura in entrambe le ipotesi gioca un brutto scherzo perché condanna a ritornare nell’Indistinto un ente  che o é davvero un novum, un inedito, o é stato condannato dall’evoluzione a concepirsi – infondatamente – come tale.

Allo stato attuale della mia riflessione non vedo che due sole vie d’uscita per assolvere la Natura dall’accusa (antropomorfica!) di sadismo.

La prima: che la Natura sia più vasta, più profonda, più polidimensionale di quanto non ci è dato di osservare fenomenicamente.

Se essa fosse la Physis dei pre-socratici greci – insomma l’Essere e non solo quella dimensione dell’Essere che abbiamo denominato materia (e che la fisica quantistica tende a  considerare una modalità dell’energia) – il nostro decesso biologico potrebbe coincidere con una metamorfosi della nostra essenza energetica: con il passaggio del nostro ‘io’ ad una dimensione sconosciuta che non comporterebbe, necessariamente, il naufragio del proprio software nel grande oceano dell’ indistinzione.

Saremmo acqua che passa dallo stato liquido allo stato gassoso senza perdere la propria essenza intima.

La seconda via d’uscita (per quanti escludono che la Sostanza universale possegga, come ipotizzava Spinoza, infiniti attributi oltre la res cogitans e la res extensa ) potrebbe consistere nel ritenere l’autocoscienza della propria singolarità come un’invenzione culturale autolesionistica (senza nessuna radice ‘naturale’): nel supporre che da Agostino a Cartesio, da Pascal a Kierkegaard, da Sartre a Maritain, una metà almeno dei pensatori occidentali si sia ingannata su questo caposaldo dei loro sistemi.

In questa ipotesi potrebbe esserci in un domani un’umanità interamente liberata dall’angoscia della morte perché costituita da esseri umani che, protetti sin dalla prima infanzia dal virus della soggettività, crescano e muoiano senza esser sfiorati dalla tentazione di dirsi ‘io’ e incrollabilmente convinti di essere ‘Esso’ (prima, durante e dopo la breve apparizione mondana).L’angoscia della morte e l’illusione dell’Io

www.augustocavadi.com

 

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