Natale? Preghiera autoanalisi e l’esempio di Gesù

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Natale Preghiera autoanalisi e l'esempio di Gesù
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

Il migliore augurio natalizio che riesco a immaginare è di dedicare qualche minuto alla figura del festeggiato: Gesù di Nazareth.

Natale Preghiera autoanalisi e l'esempio di Gesù
Ricostruzioni del volto di Gesù attraverso l’elaborazione della Sindone

Non mi riferisco, ovviamente, alla sua figura fisica di cui sappiamo poco e nulla e, tra questo poco che sappiamo, è che non avesse nulla dell’icona di giovane biondo, con occhi azzurri, chioma fluente…consegnataci da venti secoli di pittura e cento anni di Hollywood: molto più verosimilmente era un palestinese olivastro, con occhi neri e penetranti.

Mi riferisco alla sua figura storica così come ci è consegnata dalla letteratura religiosa e profana a cavallo fra il I e il II secolo. Per la verità, anche del suo profilo storico sappiamo poco: i testi più antichi del Nuovo Testamento che ci parlano di lui sono stati scritti fra il 60 e il 110 d. C. (dunque decenni dopo gli avvenimenti) e, soprattutto, non vogliono essere resoconti storiografici ma annunzi di fede.Natale Preghiera autoanalisi e l'esempio di Gesù

Secondo la maggior parte degli studiosi è nato intorno al 7 a.C. ed è morto 37 anni dopo,  intorno al 30 d.C. Ovviamente, se non abbiamo certezze sull’anno, meno ancora sul mese e sul giorno: il 25 dicembre è stato scelto a un certo punto della storia perché era la festa romana del Sole invitto che sembrò opportuno sostituire con la Luce di Cristo.

Come concentrare dunque l’attenzione sulla figura di Gesù? Come si fa con i grandi protagonisti della storia mondiale quali Socrate, Confucio, Buddha, Gandhi, Martin Luther King: focalizzandone il messaggio essenziale.

Nel caso di Gesù il lavoro è facilitato soprattutto da due evangelisti, Luca e Matteo, che hanno estratto la Magna Charta del cristianesimo nel cosiddetto “Discorso delle beatitudini” che, in linguaggio meno clericale, sarebbe “Discorso sulla felicità imminente”.  Rileggiamo la versione più breve in Luca 6, 20 – 22: “Beati voi poveri perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora sentite i morsi della fame perché sarete saziati. Beati vi che ora piangete perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno (…) Rallegratevi ed esultate, perché la vostra ricompensa è grande nei cieli”.

L’interpretazione tradizionale rende digeribile questo quadruplice pugno allo stomaco interpretando la proclamazione di felicità in chiave intimistica, individuale e futurologica: Gesù parlerebbe di una felicità spirituale, non economico-sociale; di una felicità individuale, non collettiva; in ogni caso, non per questa ma per l’altra vita.

Gli studiosi – cattolici, protestanti, ebrei  e perfino agnostici – concordano invece su un’altra interpretazione: Gesù annunziava la felicità dei poveri, degli affamati, degli sconfortati e del perseguitati perché, secondo la sua convinzione,  era arrivato il “regno di Dio”; una nuova era di giustizia, di solidarietà, di libertà, di pace. Quindi non una felicità solo interiore, ma anche esteriore; non solo individuale, ma sociale; non per la fine del mondo, ma qui e ora in occasione della fine di questo tipo di mondo ingiusto.

Questo progetto di vita è molto religioso ma almeno altrettanto laico: quale uomo e quale donna potrebbero rifiutarsi di collaborare?

C’è un passo del vangelo secondo Matteo (25, 31 – 46) che è sconvolgente. Gesù racconta il giudizio finale. Uno si immagina che le prime domande saranno: sei battezzato? Andavi a messa la domenica? Dicevi le preghiere mattina e sera? Hai avuto rapporti pre-matrimoniali? Dopo il matrimonio, usavate metodi anti-concezionali? E invece queste domande non compaiono né per prime né per seconde né per ultime. L’esame verte su altre tematiche: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Perché ogni volta che avete dato da mangiare, da bere, da vestire; ogni volta che avete ospitato sotto un tetto o siete andati a visitare in ospedale o in carcere “il più piccolo dei miei fratelli”, è come se l’aveste fatto a me.

Se, dunque, volgiamo lo sguardo della mente al messaggio del festeggiato odierno, ci imbattiamo in una proposta semplice ma efficace. Come semplice ed efficace è la poesia di Trilussa sul presepe:

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore.Natale Preghiera autoanalisi e l'esempio di Gesù

 

 

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