Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia

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Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia
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Rubrica di critica recensioni e anticipazioni

imago — Not to be Reproduced (1937) - René Magritte.

by Augusto Cavadi

Il 20 giugno di quest’anno Eugen Drewermann ha compiuto ottant’anni. Da giovane era stato ordinato prete, ma la Chiesa cattolica l’ha ridotto allo stato laicale perché aveva scritto troppi volumi di esegesi biblica in base al principio che le Scritture sacre (non solo quelle ebraico-cristiane) vanno interpretate come fossero sogni.

Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia
Eugen Drewermann

Non teorie filosofiche, non dati storici, non spiegazioni scientifiche, ma immagini oniriche prodotte dall’incrocio fra archetipi collettivi ed esperienze biografiche individuali.

Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia
Marcello Benfante

Me ne sono ricordato in queste ore leggendo il prezioso testo di Marcello Benfante, La visita (Qanat, Palermo 2020, pp. 84, euro 12,00), nel quale è citata una tesi di Borges (“i sogni costituiscono il più antico e non il meno complesso genere letterario del mondo”) e in cui l’autore arriva a ipotizzare che i sogni possano costituire “la notizia portata da un messaggero solerte che giunge da remotissimi e imperscrutabili confini per metterci in comunicazione con Dio.Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia

O con la morte (che è poi la stessa cosa, poiché vivere è fuggire scompostamente e sconsideratamente da Dio, dal suo richiamo, finché possiamo. Finché la morte non ci riunisce e riconduce all’ordine)”.

Il memoir è costruito a partire da un sogno nel quale Benfante incontra il defunto zio Mimmo, soldato italiano finito – durante la Seconda guerra mondiale – in un lager nazista, “cuore di tenebra del male assoluto”, da cui, in un certo senso, non uscirà mai più, come Primo Levi: “dal labirinto del lager non si esce mai, anche se si è sopravvissuti al Minotauro, anche se si è potuto spiccare il volo con le ali di Dedalo”.Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia

Ma la figura, autorevole e benevola, dello zio evoca – nella memoria e nella scrittura nitida se pur elegante dell’autore – figure non meno care: dal padre, negli stessi anni prigioniero dei britannici in India, allo zio Gianni, “aedo e giullare, agiografo e cuntista della nostra famiglia” che “un principio di congelamento al piede” sottrasse, appena in tempo, “all’algido inferno russo, dove la morte era pressoché scontata”. Il fascismo disseminò i figli della tanto decantata patria nei cimiteri e nelle prigioni di mezzo mondo: più assurdo di quell’assurdo almeno due altri fenomeni storici.

Il primo: “la fine della prigionia , se fu meno dura, non si rivelò tuttavia meno amara. I sopravvissuti, i liberati, i rimpatriati furono poi ignorati, incompresi, posati in un angolo oscuro delle celebrazioni e delle rievocazioni” (“si spiega così, forse, il silenzio quasi totale di mio zio”) .

Il secondo: che ancor oggi centinaia di migliaia, forse milioni, di italiani avvertano nostalgia anziché rigetto di quel regime omicida  e ne  supportino gli eredi culturali e politici. Davvero “il labirinto si ricompone. Si ripropone. Infinitamente. Torna sempre a snodarsi come un serpente nei meandri della storia, nei suoi eterni corsi e ricorsi. Lo zio lo sapeva che questo cancro storico è inestirpabile”.

Da questi brevi cenni s’intuisce quanto efficacemente lo sguardo del poeta si posi sugli strazi della storia, per redimere il poco di redimibile e per tentare di smorzare – prospetticamente – il molto d’inevitabile.Sogni e realtà nel labirinto degli strazi della storia

 

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