Anniversari: anatomia di un doppio golpe di mafia e di stato

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25 anni dopo il doppio golpe di mafia e di Stato

Anniversari che scandiscono l’accumularsi di j’accuse senza risposte. Anniversari come metamorfosi civile. A 9131 giorni dall’annus horribilis delle stragi, l’attacco allo Stato da parte di cosa nostra assume i contorni sempre più definiti di un tentativo di colpo di stato da parte di un sistema criminale. Una piramide ancora inviolata con base mafiosa e i vertici di tre contesti convergenti: padrini, terminali istituzionali deviati, cui prodest politico.

Nonostante variegate impronte genetiche, analisi investigative ed inchieste giudiziarie non sono state messe in grado di risalire a tutti i vertici protagonisti di un golpe in parte riuscito e in parte rimasto sospeso a mezz’aria.Anniversari anatomia di un doppio golpe di mafia e di stato

Un’altro inspiegabile mistero riguarda il perdurante silenzio di boss e gregari delle cosche utilizzati come copertura espiatoria delle stragi. Padrini ancora giovani e con figli adolescenti, usati e gettati in carcere a vita, ma che si ostinano a tacere e a marcire nelle celle. Perché  ?

Anniversari anatomia di un doppio golpe di mafia e di stato Franco Viviano
Franco Viviano

“Potrebbe accadere che decidano di parlare anche se, come dimostrano i fatti, i grossi capimafia in carcere da decenni non hanno mostrato nessuna intenzione di pentirsi. Tanto che gli ultimi collaboratori di giustizia  fanno parte di un’altra generazione di cosa nostra” risponde Franco Viviano inviato di Repubblica e una delle prime firme delle cronache giudiziarie e del giornalismo investigativo.

Perché manca un nuovo Buscetta?  cioè un padrino di primo piano che sveli il lato oscuro delle collusioni di cosa nostra?  Domanda che il Procuratore Generale di Palermo, Roberto Scarpinato, mente giudiziaria delle più delicate inchieste antimafia, lascia senza risposta, con uno spazio vuoto, come a riservarsi di rispondere al momento opportuno.  

Anniversari anatomia di un doppio golpe di mafia e di stato Roberto Scarpinato
Roberto Scarpinato
  • Quanto è lunga la distanza fra quello che si è accertato e quanto c’é ancora da scoprire sulla strage di via D’Amelio? 

Roberto Scarpinato. Restano ancora impermeabili alle indagini rilevanti zone d’ombra. E’ rimasto ignoto il personaggio non appartenente alla mafia che, come ha rivelato il collaboratore Gaspare Spatuzza, reo confesso della strage di via d’Amelio, assistette alle operazioni di caricamento dell’esplosivo nell’autovettura utilizzata per l’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta. Chi conosce le regole della mafia sa bene che tenere segreta a uomini d’onore l’identità degli altri compartecipi alla fase esecutiva di una strage è un’anomalia evidentissima: la prova dell’esistenza di un livello superiore che deve restare noto solo a pochi capi.

Sono rimasti ignoti coloro che si impossessarono dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, trafugata, con una straordinaria e lucida tempistica, pochi minuti dopo l’immane esplosione di via D’Amelio.

Su quell’agenda è noto che Paolo Borsellino aveva annotato i terribili segreti intravisti  negli ultimi mesi di vita.  Segreti che l’avevano sconvolto e convinto di non avere scampo, perché – come confidò alla moglie Agnese – sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, ma solo quando altri lo avessero deciso. Chi erano questi altri?

Francesca Castellese, moglie del collaboratore di giustizia  Santino Di Matteo, in un colloquio intercettato il 14 dicembre ’93, poco dopo il rapimento del loro figlio Giuseppe , avvenuto il 23 novembre, scongiurò il marito di non parlare ai magistrati degli infiltrati nell’esecuzione della strage di via d’Amelio. Quell’intercettazione è agli atti del processo, ma quegli infiltrati  è stato impossibile identificarli e assicurarli alla giustizia.

L’elenco delle domande che sinora non hanno avuto risposta disegna i contorni di un iceberg ancora sommerso che né le inchieste parlamentari né i processi sono mai riusciti a portare alla luce, per una pluralità di fattori che si sommano e delineano un quadro inquietante.

Franco Viviano. Credo che sulla strage di via d’Amelio, sia pure dopo tanti anni, qualche squarcio di verità vera si sia aperto. Grazie all’ ultimo pentito Gaspare Spatuzza che ha in parte smontato il teorema allestito ad arte subito dopo la strage.

  • E’ troppo tardi per ricomporre il mosaico della verità o si può ancora risalire a elementi portanti? 

Roberto Scarpinato. Un contributo determinante potrebbe venire dalla collaborazione con la giustizia di qualcuno degli esponenti di vertice di Cosa Nostra che conoscono  i retroscena della strategia stragista, taciuti ai livelli inferiori e persino a quei capi che non facevano parte del ristretto entourage di Riina.  Ma non mi sembra vi siano allo stato  le condizioni perché ciò possa avvenire. 

Franco Viviano. Non é mai troppo tardi. Il mosaico della verità si potrebbe ricomporre aiutandoci a scoprire altri pezzi mancanti sulla progettazione e sulla realizzazione dell’attentato

  • Come é cambiato in questi 25 anni il rapporto fra magistratura, società e politica? 

Roberto Scarpinato. In quest’ultimo quarto di secolo si sono susseguiti una serie di eventi macro politici e macroeconomici di portata storica che hanno rottamato gli assetti e gli equilibri del paese che si erano consolidati durante la stagione della così detta Prima Repubblica. I luoghi reali del potere, quelli nei quali si decidono le scelte strategiche per la politica economica e per la vita nazionale, si sono trasferiti in organismi sovranazionali che non rispondono alle popolazioni nei territori, sempre più private della possibilità di incidere sulle scelte politiche che vengono presentate come scelte tecniche prive di alternativa.

L’Italia ha perduto negli ultimi decenni circa cinquecento marchi nazionali che sono passati al capitale straniero e il paese ha sceso molti gradini nei rapporti di forza internazionali.

La questione meridionale è stata sostanzialmente cancellata dall’agenda politica nazionale e la forbice economica tra Nord e Sud cresce ogni anno di più. Oggi non solo la Sicilia è tornata ad essere la regione più povera del paese ma la povertà   si sta ormai cronicizzando.

anche il concetto di legalità sta cambiando. Si parla sempre più di legalità sostenibile, di una legalità che subordina la tutela dei diritti ai diktat del mercato, cioè ai voleri delle grandi concentrazioni di capitale in grado di influenzare il mercato.

In questo contesto le componenti più dinamiche della mafia, quelle che operano nelle regioni del centro Nord,   si stanno evolvendo. Cavalcando lo spirito del tempo, si sono trasformate in agenzie che offrono sul libero mercato beni e servizi illegali per i quali dopo la globalizzazione è esplosa una domanda di massa alimentata da milioni di persone normali in tutto il mondo.

Le mafie in quei territori utilizzano sempre meno la violenza, tanto che si parla di mafie silenti, ed hanno instaurato con le popolazioni locali rapporti non aggressivi ma collusivi all’insegna di reciproci vantaggi. L’Unione europea ha stabilito che il fatturato della vendita della droga, della prostituzione e del contrabbando deve essere calcolato nel PIL dei paesi che fanno parte della comunità europea. Anche i paradigmi culturali del passato sono in fase di rottamazione. La mafia mercatista è la mafia del futuro. 

Franco Viviano.Non credo sia cambiato molto. Troppo spesso soprattutto quando si tratta di nomine, politica e magistratura vanno ancora insieme

  • Cosa fare, ai vari livelli professionali, per non vanificare il senso dell’esempio di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone?

Roberto Scarpinato. Falcone e Borsellino sono martiri della democrazia prima ancora che della giustizia. Adempiendo ai loro doveri di magistrati in piena conformità ai precetti della Costituzione repubblicana che garantisce con l’art. 3  l’ uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge, qualunque sia il loro rango sociale, che  assicura con l’art. 104 l’ indipendenza della magistratura  da ogni altro potere, che stabilisce con l’art. 109  che l’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria,  suscitarono l’avversione e la reazione di potenti sistemi di potere antidemocratici dei quali quello mafioso era una componente strutturale. Dopo l’arresto dei potentissimi cugini Nino ed Ignazio Salvo, di Vito Ciancimino, colletti bianchi ritenuti intoccabili, dopo le indagini sul riciclaggio che intrecciarono il caso Sindona, la vicenda Calvi, l’omicidio Ambrosoli, il  verminaio della P2, quei sistemi di  potere fecero di tutto per emarginare Falcone e Borsellino e per ridurli all’impotenza.

Oggi come allora, il contrasto ai grandi poteri criminali ha come conditio sine qua non la difesa dei baluardi costituzionali della democrazia, soprattutto in una fase storica come l’attuale  nella quale vi è il pericolo, come concordano molti studiosi, che a causa del mutamento  dei rapporti di forza tra le varie componenti della società, si verifichi una chiusura della parentesi democratica  apertasi nel secondo dopoguerra e si avvii una oligarchizzazione del potere attraverso complesse ingegnerie istituzionali la cui portata sfugge alla consapevolezza della pubblica opinione.

Il capitalismo mafioso  a livello internazionale rischia di divenire, stante le sue macro dimensioni, una componente strutturale di quel capitalismo finanziario deregolato e sopranazionale che aspira  a farsi potere tout court dettando  le regole del gioco mediante la rinegoziazione dei  rapporti di forza tra politica ed economia a favore della seconda.       

Franco Viviano. Cosa fare? Semplicemente il proprio dovere.

 

 

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