Cent’anni di Bufalino tutte le dicerie dello scrittore

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Cent’anni di Bufalino tutte le dicerie dello scrittore
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by Antonino Cangemi

Tantissimi venderebbero l’anima al diavolo per conquistare la notorietà letteraria. Al contrario, Gesualdo Bufalino alla notorietà proprio non ci teneva. Anzi la temeva, considerandola una minaccia alla mediocre quiete e alla serena infelicità che l’accompagnava nella quotidianità e a cui si era assuefatto.

Cent’anni di Bufalino tutte le dicerie dello scrittore
Gesualdo Bufalino

Come lui stesso ammetteva, la letteratura era il suo “rifugio”, “un placebo”, “una medicina finta” in un’esistenza difficile segnata dalla tubercolosi che l’aggredì da giovane e dalla nevrosi di cui confessava di soffrire. Ma se la letteratura era il suo nutrimento, non voleva esserne artefice e protagonista.

Una vita tra i libri, la sua, con la passione del cinema e della musica (classica, lirica, jazz) e una cultura e una erudizione fuori dal comune. Siciliano tenacemente di scoglio, era legatissimo alla sua Comiso ed ebbe la cattedra di lingua Francese agli istituti magistrali del suo paese e di Vittoria. Sebbene fosse abbastanza conosciuto nel cerchio provinciale come uomo dotto come pochi, non molti sapevano che era uno scrittore “in incognito”.

Da giovane aveva avuto un timido approccio con la letteratura pubblicando alcune poesie nelle riviste “L’Uomo” e “Democrazie”, nel ’46 e nel ’48; successivamente, sempre come poeta, collaborò a una rubrica del “Terzo Programma” della Rai (si era nel ’56). Poi basta. Bufalino aveva abbandonato, se mai l’avesse coltivata, l’ambizione letteraria.

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Leonardo Sciascia Elvira Sellerio Gesualdo Bufalino

Sino a quando, nell’81, una telefonata non gli cambia il corso dell’esistenza. A chiamarlo è Elvira Sellerio che, con aria di sfida, gli propone di pubblicare il suo manoscritto gelosamente custodito nel cassetto per i tipi della casa editrice da lei creata, da poco alla ribalta.

Elvira Sellerio si dice sicura dell’esistenza del manoscritto e gli confida di avervi scommesso. Se Bufalino dovette cedere alle lusinghe della notorietà letteraria, lo si deve alla combinazione di più fattori: la sua estrema signorilità (dire no a una signora e farle perdere la scommessa non era da gentiluomini), il fiuto manageriale di Elvira Sellerio, la complicità di Leonardo Sciascia ed Enzo Siciliano.Cent’anni di Bufalino tutte le dicerie dello scrittore

Questi ultimi, leggendo l’introduzione del professore di Comiso -ultrasessantenne e in anticipata pensione – a un libro di fotografie sulla Comiso dell’800, intuiscono che quelle pagine sono frutto di uno scrittore di razza.

Lo stesso anno il libro, un romanzo autobiografico sulla sua esperienza al sanatorio “La Rocca” presso la Conca d’Oro, “Diceria dell’untore”, va in stampa nella collana “La memoria” della Sellerio, tuttora la più prestigiosa.

Quel romanzo Bufalino ha cominciato a scriverlo agli albori degli anni ’50 scegliendo, per le prime sue pagine, 50 vocaboli, tutti evocativi e di richiamo musicale. Dalla loro combinazione frasi e periodi carichi di effetti emotivi. “Diceria dell’untore” si aggiudica il Campiello, conquista i lettori e la critica.

Molti l’accostano a “La montagna incantata” di Thomas Mann: anche lì la reclusione in un sanatorio, il Berghof, e il tema della malattia. Ma Bufalino nega e sempre negherà le affinità col capolavoro di Mann: del premio Nobel tedesco ama sopratt utto e sente più vicino alla sua morbosa sensitività “Morte a Venezia”.

“Diceria dell’untore” colpisce non solo per il gusto decadente che vi aleggia, per la presenza della morte che incombe cui si contrappongono da un lato la rassegnazione degli “untori” consolata dal rimanere estranei alle sfide della vita e dall’altro la residua vitalità  di un erotismo mai domo (la centrale figura di Marta), ma anche per lo stile di scrittura. “Barocco” come le chiese e i palazzi della Sicilia orientale meridionale dello scrittore, di una ridondanza mai fine a se stessa, volutamente eccessiva. Confesserà l’autore: “l’eccessivo, l’enfasi mi sono sembrati il linguaggio adatto per una vicenda di chi aspetta la morte: cosa c’è di più iperbolico della morte? Cosa c’è di più eccessivo dell’estate, della Sicilia, di un sanatorio, di tutte queste cose messe insieme?”.

Pubblicato “Diceria dell’untore”, Bufalino si lascerà conquistare dall’editoria. Dopo, tantissimi libri, tutti di successo: romanzi, saggi, antologie, raccolte di poesie e di aforismi. Tra i romanzi, sempre di spessore, “Le menzogne della notte”, Premio Strega nell’88 e “Tommaso, il fotografo cieco” in cui il protagonista perde la vita come l’autore: in un incidente stradale. Maledetta la letteratura e le sue sirene: Bufalino quella tragica fine se l’era cercata nelle sue stesse pagine, sino a presagirla.

Oggi, nel centenario della sua nascita, è lecito chiedersi se, nell’attuale panorama editoriale omologato verso il basso, uno scrittore così raffinato e di non facilissima lettura come Bufalino – peraltro restio alla ribalta letteraria – sarebbe accettato.

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