Da Wojtyla a Papa Francesco: l’anatema che maledice la mafia

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Da Wojtyla a Papa Francesco l’anatema che maledice la mafia
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“Mafia senza speranza”: sul nuovo atto d’accusa di Bergoglio contro le mafie pubblichiamo l’intervista rilasciata al Giornale di Sicilia dal vaticanista di Famiglia Cristiana Alberto Bobbioda Wojtyla a Bergoglio l'anatema che maledice le mafia

Dalla Valle dei Tempi alla Città eterna. L’anatema contro cosa nostra di Karol Wojtyla viene rilanciato da Papa Francesco e trasformato nella profezia della fine delle mafie, di tutte le forme di criminalità organizzata: mafia, ‘ndrangheta, camorra, corona unita. La sottigliezza gesuitica di Bergoglio sfuma i termini, ma nei fatti le parole del Papa rappresentano una dichiarazione di guerra contro le mafie, con tanto di scomunica automatica di tutti i mafiosi. Il Papa schiera le diocesi in prima linea contro la criminalità organizzata e lancia una moderna crociata contro le cosche di assassini, trafficanti di stupefacenti, mercanti di morte. “La Chiesa di Bergoglio è quella di Padre Puglisi. Il Papa ribadisce che é il Vangelo che impone di gridare contro la mafia e naturalmente di agire di conseguenza” sottolinea Alberto Bobbio, vaticanista di Famiglia Cristiana. 

Da Wojtyla a Papa Francesco’anatema che maledice la mafia alberto bobbio e Papa Francesco
Il vaticanista di Famiglia Cristiana Alberto Bobbio e Papa Francesco
  • Dalle visite pastorali in Sicilia, Calabria e Campania agli interventi  in Piazza San Pietro: Papa Francesco insiste continuamente sulla condanna inappellabile delle mafie e dei mafiosi. E’ un anatema continuo dopo quello, storico, di Wojtyla nella valle dei Templi?
Quello di Wojtyla fu un intervento epocale. L’Italia in quel 1993 era scossa dalle stragi Falcone e Borsellino e dall’attacco della mafia alle istituzioni. Giovanni Paolo II inoltre era rimasto impressionato dal colloquio con i genitori del giudice Livatino. Istintivamente Wojtyla si inserì nello stato d’animo del Paese e fece una valutazione chiarissima del fenomeno mafioso alla luce del Vangelo. Cioè invocò il giudizio di Dio. Anzi fu il primo a parlare con una categoria ecclesiale facendo capire che la resistenza alla mafia non si gioca solo sul terreno giudiziario e civile e dunque politico, ma si gioca anche sul terreno ecclesiale, cioè la resistenza e il cambiamento deve partire dalla fede dei credenti. 
  • Che specificità hanno le parole di Francesco rispetto all’azione di tanti vescovi e di tanti parroci nei confronti della criminalità mafiosa?
Servono a dare forza alle decisioni ad esempio dei parroci che sempre più spesso prendono le distanze da feste religiose praticamente gestite dai mafiosi. La sottovalutazione oggi non è del fenomeno mafioso, perché le analisi ci sono e di solito sono ben fatte. Il problema è diventare protagonisti del riscatto. Non basta essere consapevoli. Bisogna reagire e non ingoiare il male, come qualcosa di ineluttabile. Il male non basta detestarlo.
Da Wojtyla a Papa Francesco l’anatema che maledice la mafia
L’anatema di Giovanni Paolo II° nella Valle dei Templi di Agrigento
  • Si averte anche una sorta di volontà di riscatto per le “dimenticanze”, le “sottovalutazioni” o, peggio, per le vere e proprie complicità di taluni esponenti ecclesiali locali. La Chiesa potrebbe incidere ancor di più, e come, nell’azione di contrasto antimafia?
La Chiesa incide se educa. Lo strumento più importante di una strategica azione antimafia è la cultura. E poi la memoria. E’ vero ci sono stati preti, Presuli e molti fedeli tiepidi o peggio collusi. Ma c’è anche un’altra storia che merita di essere additata ad esempio: quella dei preti morti ammazzati perché hanno tentato di dissociare la Chiesa dalla mentalità mafiosa. Per esempio chi sa che il vescovo di Agrigento del 1945, Mons. Giovan Battista Peruzzo, venne preso a fuciliate e gravemente ferito perché aveva denunciato il latifondo come una struttura di peccato? Oppure che don Giorgio Gennaro venne ammazzato nel 1916 a Palermo per aver denunciato l’ingerenza mafiosa nelle rendite ecclesiastiche? O l’arciprete di Gibellina don Stefano Caronia assassinato nel 1920 perché si oppone alla mafia dei campi? 
  • Cosa determinerà il continuo battere del Papa sulla richiesta di pentimento e di conversione dei boss? Si può parlare di profezia della fine della mafia?
La profezia sulla fine della mafia è quella di Wojtyla: verrà un giorno il giudizio di Dio. Bergoglio non fa altro che ricordarlo. Credo che il Papa non sia preoccupato tanto della conversione dei boss e del loro pentimento. La sua preoccupazione maggiore riguarda l’adorazione del male, il disprezzo per il bene comune, la cultura dell’illegalità che giustifica e provoca omicidi e traffici di droga, sfruttamento e sottosviluppo. Illegale è l’economia che uccide come va ripetendo praticamente ogni giorno il Papa.
  • E’ corretta l’impressione che sulla contrapposizione nei confronti di mafie e violenti, Papa Francesco totalizzi quell’unanimità che invece non raggiunge per altri interventi forti del suo pontificato, come la comunione ai divorziati e il perdono per l’aborto?
Don Peppino Diana, ammazzato dalla camorra diceva: A me non importa sapere chi è Dio, mi importa sapere da che parte sta. Bergoglio ogni giorno cerca di spiegare da che parte sta Dio. Non mi sembra che abbia molti dubbi in proposito. Se poi cardinali, vescovi, preti o laici ne hanno forse è per il fatto che del Vangelo non si sono mai appassionati fino in fondoDa Wojtyla a Papa Francesco.
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