Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni ’50

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Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni '50
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Rubrica di critica recensioni anticipazioni

I cardini del pensiero Socrate Buddha Confucio Gesù

by Augusto Cavadi

Poiché sono nato nel 1950, da genitori di famiglie dell’entroterra della Sicilia, ho fatto in tempo a intravedere un mondo essenzialmente feudale che solo il “miracolo economico” degli anni Sessanta è riuscito a intaccare (almeno per quel breve periodo di transizione verso gli anni Ottanta in cui è stato gradualmente ricostruito nei fatti – non istituzionalmente –  sostituendo i servi della gleba medievali indigeni con gli immigrati dall’Est europeo e dall’Africa).Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni '50

Ho conosciuto quel mondo in cui il signorotto del borgo faceva il bello e il brutto tempo, decideva chi poteva lavorare e chi no, poteva pagare con puntualità o con ritardo di mesi i suoi salariati, perfino – eco dello ius primae noctis – scegliersi qualche bella contadina e negoziare con la famiglia d’origine il prezzo della sua verginità.

Ho conosciuto quel mondo ma non lo saprei rappresentare con la stessa attenzione ai dettagli, e soprattutto con la stessa capacità di restituire passioni e patimenti, di Alberto Genovese nel suo L’alternativa del cavaliere (Manni, San Cesario di Lecce 2022, pp. 64, euro 12,50).Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni '50

Il racconto decolla a partire dalla e-mail che un docente dell’Istituto di Filologia romanza di Heidelberg invia  all’autore per chiedere lumi sull’origine e il significato di un’espressione dialettale isolana, O futtiri o vasari , che letteralmente sarebbe “O penetrare col pene o baciare” ma che, più ampiamente, “sembra riferirsi a circostanze nelle quali si impone una scelta fra due piaceri, e per più estesa metafora, fra due guadagni” (p. 15).

Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni '50
Alberto Genovese

Il destinatario della missiva elettronica, tipico intellettuale di provincia molto erudito, “dilettante” nell’accezione etimologica più bella perché studia solo per diletto e non in funzione di obiettivi strategici utili, è felice di rispondere alla richiesta dell’illustre professor Henner Gut; anzi, lo è al punto che inserisce la sua risposta  – sintetizzabile in quattro cinque righe al massimo – in una narrazione di decine di pagine, scritte per dare il contesto, ora sapido ora tragico, sia storico che culturale nel quale l’espressione in esame sarebbe stata originariamente pronunziata.

“La storia si svolge nella seconda metà dell’Ottocento, diciamo pure negli ultimi decenni di quel secolo”, in un periodo nel quale gli antichi latifondisti aristocratici – che “vivevano in città esistenze dissolute” – svendevano via via le terre a “genìe di astuti contadini appena un po’ agiati, pronti a sfruttare il bisogno di contanti dei signori”. Ma il cambio ai posti di comando non consentiva al proletariato dei campi nessun passo avanti: “a un padrone inetto ne subentravano altri più oculati e canaglieschi” (p. 17). Protagonista del racconto si profila ben presto uno di questi padroni che, in mancanza di titoli nobiliari ereditati, si fa chiamare con “un rispettoso «don»” o, preferibilmente, “cavaliere” (21). Un tipo – si suppone che abbia superato la cinquantina – allergico all’idea di matrimonio, convinto che le mogli “ti lisciano, ti danno la dote e poi vogliono comandare, ti importunano, ti chiedono il perché e il percome di mille cose”, impedendoti di vivere come veramente vorresti: “un animale libero” (p. 22).Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni '50

La rinunzia al matrimonio non implica, ovviamente, l’astinenza da ogni gratificazione erotica. Il cavaliere infatti, quando è punto dal desiderio sessuale, bussa alla porta di Crocifissa, una sorta di governante che – sverginata dal padre del cavaliere a soli 12 anni – era poi rimasta al servizio, in ogni senso, del figlio suo coetaneo (con il quale ha il primo rapporto sessuale a 16 anni). Col trascorrere del tempo succede nell’animo del cavaliere qualcosa che egli non prevede e non vorrebbe: si affeziona a quella Crocifissa che invecchia piano piano con lui. Ciò nonostante, egli chiede ogni tanto che la governante faccia da “ruffiana” e le procuri qualche bella ragazza vergine di cui s’incapriccia, come Carmela, “dalla carnagione scura e carnosa di ciliegia matura, che a incontrarla nel buio della campagna si sarebbe confusa nel mistero della notte, e di giorno faceva dimenticare il sole” (p. 35).

Effettivamente i tre fratelli di Carmela la cedono per una settimana in cambio dell’acquisizione definitiva di un pezzo di terreno particolarmente fertile che, su suggerimento di Crocifissa, è la Carrubata, la proprietà più bella del cavaliere.

Perché proprio la Carrubata? Non lo sveliamo perché, come tanti altri passaggi, meritano di essere scoperti solo da chi leggerà direttamente il piccolo, denso, pensosamente leggero, libro. Possiamo solo andare, un po’ frettolosamente, al clou della storia quando, per ragioni obiettive dipendenti dalle diverse stature dei due amanti,  il cavaliere è posto, dalla giovane – ma non inesperta né ancor meno ritrosa – longilinea Carmela, davanti al bivio: o trapassarla con la sua lancia o “baciarle il viso e la bocca” (p. 50). Egli vorrebbe, comprensibilmente, sommare i due piaceri,  ma deve constatare che talora la vita ci sbatte in faccia alternative non eludibili. E, se un dilemma è cornuto, siamo condannati, optando per uno dei due corni, a deludere fortemente o noi stessi o qualcun altro. O tutti quanti.Lo ius primae noctis nella Sicilia degli anni '50

 

 

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