Un concerto lungo quattro generazioni e quel senso d’immortalità che soltanto la musica riesce a trasmettere

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Un concerto che allunga la vita Un concerto lungo quattro generazioni e quel senso d’immortalità che soltanto la musica riesce a trasmettere

By Pinkie

And all that is now

And all that is gone

And all that’s to come

And everything under the sun is in tune

But the sun is eclipsed by the moon

(“E tutto ciò che è ora

E tutto ciò che è andato

E tutto ciò che verrà

E tutto sotto il sole è in sintonia

Ma il sole è eclissato dalla luna”)

(Eclipse – Dark Side of the Moon – 1973)

Non c’era il lato oscuro della luna l’altra sera a Roma al Circo Massimo, forse non c’era neppure la luna, e se c’era è stata ingoiata per due ore dalla magia di uno dei suoi cantori più geniali, quello con gli occhi ancora d’acciaio e i capelli bianchi da ex ragazzo, quello ostinato, poeta e cinico, potente che odia i potenti, sovversivo e miliardario, pieno di donne e perennemente solo: Roger Waters, il genio dei Pink Floyd post  Barrett.

Un concerto lungo quattro generazioni e quel senso d’immortalità che soltanto la musica riesce a trasmettere

I mitici Pink Floyd

Ha riempito il Circo Massimo di tre, quattro generazioni, ha seminato stupore con gli effetti speciali passati dalla psichedelica delle macchie “olio sull’acqua” della fine degli anni ’60 all’UFO, fino al fumo dei comignoli di Battersea miracolosamente apparsi tra le rovine romane.

Ha incantato ancora con la meravigliosa e devastante “Eclipse” e regalato emozioni e ricordi con la voce spezzata di “Wish you were here”.

Qualcuno raccontava al vicino “…..è quella dedicata al padre….” provocando brividi stupefatti in chi ricorda che l’anima di Syd Barrett (convitato di pietra di tutto Wish you were here) vibra in ogni singola nota del suono dei Pink Floyd o in quel che ne resta.Un concerto lungo quattro generazioni e quel senso d’immortalità che soltanto la musica riesce a trasmettere

Non importa se la band più incredibile e polifonica del rock inglese è un ricordo o una leggenda, se la retrospettiva tecnica crea rimpianti irrinunciabili della potenza delle onde vocali di Clare Torry ( The great gig in the sky), se lo stile della chitarra di Gilmour è irripetibile da Kilminster o da Wilson e neppure se il blend delle voci di Wright, Waters e Gilmour non è più recuperabile: la magia unica dei Pink Floyd, del muro del suono, della originalità dei temi e dell’appartenenza a tutti e a nessuno, è intatta.

Certo, la sensazione che manchi sempre qualcosa o qualcuno nei concerti di Gilmour o di Waters ( e tra poco anche Mason) è sempre presente, ma soprattutto in chi ha avuto il privilegio di ascoltare i veri Pink Floyd al completo, quando creavano musica e variazioni strumentali infinite in ogni singola performance e “Welcome to machine” era una costatazione della velocità dell’evoluzione dell’industria discografica e della voracità del sistema.

Non è  più importante “which One’s Pink?” come non è fondamentale la sordità di Beethoven o il misticismo subliminale di Bach.

Il linguaggio nuovo è ancora nella potenza delle immagini e dell’idea: la madre palestinese che guarda il mare nel vento e alla fine è raggiunta dall’abbraccio della figlia bambina nel filmato di apertura ed il grido slogan di tutto il concerto, RESIST.

E RESIST diventa un inno di vita, una invocazione disperata e un messaggio di speranza: è la magia della musica, della vitalità del rock, del genio senza età, delle rughe che scompaiono e di quei capelli bianchi che si ostinano a stagliarsi nel fondo della notte come una scia di luna senza ombre.Un concerto lungo quattro generazioni e quel senso d’immortalità che soltanto la musica riesce a trasmettere

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